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Il Senato approva la riforma forense, una legge corporativa e classista



Ieri il Senato ha approvato la riforma forense, un disegno di legge che al di là di delle dichiarazioni del Governo non ammoderna la professione e non prevede nemmeno misure volte a ridurre l'eccessivo numero di avvocati. Si tratta invece di un pessimo provvedimento che va contro i principi sostenuti dal Partito Democratico per un'avvocatura libera, aperta, competente e moderna.

La riforma voluta dal centrodestra contraddice tutti questi principi, e soprattutto si accanisce contro i giovani e i soggetti più deboli nell'accesso alla professione. Ad esempio, limitando la libera concorrenza attraverso la reintroduzione delle tariffe minime, si costituisce una barriera insormontabile per i giovani professionisti, che proprio grazie all’assenza delle tariffe potevano conservare una qualche speranza di competere nel mercato.

Allo stesso modo, il provvedimento introduce tutta una serie di incompatibilità che, in pratica, rendono impossibile l'accesso alla professione per chi non sia un erede di uno studio o comunque non abbia un reddito familiare che gli permetta di stare per diversi anni senza guadagnare una lira prima di accedere alla professione. Inoltre, una volta passata definitivamente la riforma, saranno soltanto gli avvocati a poter svolgere le attività di consulenza stragiudiziale. 

Questo dettaglio apparentemente poco significativo significa però che i sindacati, le associazioni di imprenditori e le associazioni di inquilini non potranno più fornire quella consulenza a costo zero di cui oggi beneficiano soprattutto i più deboli. L’ennesima conferma insomma di come il Governo stia portando avanti una politica mirata ad ingrandire il divario tra classi agiate e meno abbienti, invece che provare a colmarlo. Una politica suicida che spero sarà bloccata alla Camera, per il bene del Paese.

Pubblicato il 24/11/2010 alle 23.35 nella rubrica Dal Senato.

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