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Il lavoro al centro nel programma di Bersani



Pubblico questa riflessione di Alessio Gramolati, segretario generale CGIL Toscana, intanto perché la condivido, ma anche perché spero solleciti un dibattito su un tema che, come giustamente scrive Alessio, è aperto da trent’anni e che riguarda la qualità della rappresentanza politica dei lavoratori, ma più in generale del mondo del lavoro nella sua accezione più larga (dipendente, stabile, precario, autonomo, della piccola impresa, ecc). Tema che, ciclicamente, compresa quest'ultima fase, induce qualche sindacalista - purtropppo anche qualche categoria - a pensare di piegare la funzione esclusiva di rappresentanza sociale che è propria di un sindacato, a surroga dello spazio di rappresentanza che si ritiene non coperto adeguatamente dai partiti. Bene, quindi, il richiamo alla riflessione alla quale anche su questo punto ci richiama l'articolo di Gramolati.

Credo che la vittoria di Bersani alle primarie contenga contemporaneamente la domanda di rappresentanza del lavoro e la risposta stessa a quella domanda. Infatti, la centralità che il Segretario attribuisce al lavoro - insisto, in quella accezione - credo che sia evidente. Buona lettura!

Le primarie del centro sinistra si sono concluse. L’esito netto e indiscutibile rappresenta un successo non solo per Bersani che le ha volute e che vince con una larga legittimazione popolare, ma rappresentano anche un risultato per la coalizione che si propone di governare l’Italia. Ne siamo sinceramente contenti e siamo grati a tutti i candidati e a tutte quelle donne e uomini che con il loro impegno volontario hanno consentito questo successo democratico ridando senso tangibile alla “politica ed ai partiti”. Un successo che sovrasta le inconcludenti pratiche e gli esorcismi del centro-destra nella loro vuota ricerca di ritrovare una sintonia con quell’elettorato che ha voltato loro le spalle.

Ora che il candidato premier c’è, forte e legittimato, il centro-sinistra dovrebbe anche ridare forza e ruolo al patrimonio di impegno collettivo di chi le ha organizzate e gestite. Perché senza la legittimazione e la valorizzazione di questa militanza civica il centro-sinistra non riconquisterà alla partecipazione tutti coloro che ne sono rimasti ai margini. Infatti, senza tacere i meriti di questa prova democratica che ha riavvicinato tanti cittadini alla politica, non possiamo nascondere il fatto che le primarie non sono bastate a scaldare il cuore del mondo del lavoro. Pur con le dovute eccezioni credo che quando andremo a leggere nel dettaglio la composizione sociale dei partecipanti a questo evento, questo dato emergerà chiaramente.

D’altra parte i 30 anni che abbiamo alle spalle sono stati segnati dalla sconfitta del lavoro e da una profonda disillusione di questo mondo verso la politica. La solitudine del lavoro è diventata un tema politico di prima grandezza, basti pensare a come suoni paradossale l’appello alla partecipazione rivolto a persone cui è negata sistematicamente la libertà di esprimersi su materie che le toccano da vicino come i contratti, o peggio, come è successo alla FIAT, di vedersi negato il diritto di scegliere i propri rappresentanti. La difficoltà del rapporto con il mondo del lavoro ha in realtà attraversato tutta l’Europa ed accompagnato questo lungo ciclo di sconfitte per la sinistra europea.

La crisi e la subalternità verso le politiche liberiste hanno accentuato questi fenomeni. I danni che tutto ciò ha prodotto sono sotto gli occhi di tutti. Con la sconfitta del lavoro e del suo valore i ceti medi si sono impoveriti, ricchezza e povertà si sono polarizzate con enorme danno per le nuove generazioni alle quali sono negate le più elementari opportunità di mobilità e di inclusione sociale. E ne ha risentito sensibilmente la nostra democrazia.

Certo oggi vediamo che, come la bolla finanziaria e quella immobiliare, anche la bolla del nuovismo mediatico si è un po’ sgonfiata, c’è una domanda di verità e di concretezza. Ma i populismi restano in agguato, come i problemi di collocazione e di partecipazione del mondo del lavoro restano ancora una sfida aperta anche per Bersani e per la coalizione di centro-sinistra. Speriamo che dimostrino la stessa “serena determinazione” che hanno dimostrato nelle primarie, facendo possibilmente nascere da questo risultato di coalizione un partito plurale e moderno, autenticamente riformista. Ovvero orientato alla trasformazione della realtà sociale del Paese, ancorato e radicato nel mondo del lavoro e dei lavori e capace di ridargli quella dignità e quel rispetto che gli sono stati sottratti: perché la parte più difficile comincia adesso. C’è il voto e c’è soprattutto un Paese da ricostruire. C’è una grande potenzialità democratica da liberare e da rappresentare. Parte di essa è in quel mondo che chiede solo di non restare invisibile. Un mondo che non si esaurisce nel lavoro dipendente e subordinato, ma investe direttamente l’intero assetto produttivo, a partire da quello più esposto alla globalizzazione e più vulnerabile di fronte alla forza della finanza. I tanti piccoli che non chiedono illusioni e privilegi ma competenze e correttezza, ma vogliono da chi li rappresenta la stessa sobrietà che è a loro imposta dalla crisi. Questo compito in una democrazia moderna spetta ai partiti ed è utile che questi lo svolgano intensamente.

Nel farlo si ridurrebbe anche la domanda di rappresentanza politica che in questi anni si è scaricata sulle organizzazioni sociali , le quali, pur senza teorizzare l’indifferenza, devono svolgere in autonomia il proprio ruolo. In poche parole, senza il lavoro nessuno vincerà la sfida del governo e del rinnovamento necessaria per cambiare davvero l’Italia
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Pubblicato il 5/12/2012 alle 10.53 nella rubrica Dalla Toscana.

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